Tuesday, November 13, 2007

Le Banche ed il loro approccio al Web 2.0, se ne comincia a discutere con continuità

Una serie di incontri nell’ultimo periodo sembrano testimoniare un forte interesse del segmento Banking & Finance nei confronti del cosidetto Web 2.0. Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di partecipare ad uno dei workshop di Aifin, l’Associazione ben promossa dal bravo Sergio Spaccavento. L’atmosfera relativamente intima ha consentito un dibattito interessante su una serie di interventi molto interessanti. Due su tutti (perché più attinenti al mio personale campo di interesse), quello di Ignazio Rocco di Torrepadula di Boston Consulting, un’analisi sulla costruzione di modelli di business “low cost”, e quello di Vincenzo Tedeschi di IWbank che ha raccontato le prime esperienze di social networking bancario.

I primissimi feedback sembrano interessanti e testimoniano la possibilità di funzionamento di questi modelli anche in realtà così atipiche come le banche.

In questi giorni anche IDC dedica il suo Banking Forum annuale al Banking 2.0 e sarà interessante capire i commenti e gli approcci del mondo bancario a questo tema. Al momento sembra sopratutto un approccio tecnologico, volto all’introduzione della SOA nelle architetture bancarie, ancora saldamente e concettualmente mainframe oriented. sono meno gli esperimenti, come quello di IWbank o Intesa San Paolo, più orientati all’eplorazione degli aspetti sociali del 2.0.

In generale sembra che l’atteggiamento sia cauto, e che al momento, più che veri è propri investimenti nel settore, si osserva l’utilizzo di temi e “keywords”. D’altra parte proprio le banche sono state tra le imprese scontratesi più drammaticamente con la prima onda, quella della “net-economy” e quindi qualche timore sembra giustificato.

Il fenomeno del trading on line è stato, per lo meno in Italia, una delle concause dello sviluppo dell’utilizzo della rete come fenomeno di massa.

Certamente non la sola, altrettanto determinante, se non più, la disponibilità di connettività assicurata su larga scala da alcuni first mover come Tiscali. L’esplosione di alcuni fenomeni si realizza infatti solo se contemporaneamente si ha disponibilità di humus culturale, di infrastruttura (disponibilità di connettività gratis) e di una business idea (il trading on line, i viaggi, i libri ecc.)

L’errore di comprensione alla base della bolla della net economy fu quella di confondere il medium (la rete) con l’idea.

Oggi assistiamo ad un gran discutere intorno al cosiddetto web 2.0 , web 3.0 ecc. e molti si interrogano se non ci troviamo nuovamente ad un bluff di grandi proporzioni.

La risposta ovviamente non può essere decisamente positiva o decisamente negativa, come tutti gli interrogativi che riguardano il futuro, ma certo alcune osservazioni possono essere fatte. Il web 2.0 è prima un fenomeno sociale e poi economico, dove la leva di business è legata soprattutto alla crescita di investimenti pubblicitari sul web. Infatti questa crescita pilota lo sviluppo dei grandi network “free”, e di conseguenza anche l’atteggiamento degli utenti della rete verso questo fenomeno. I modelli di comportamento consolidati potranno poi essere adottati da strutture con differenti obiettivi come le banche.

A differenza della net-economy, basata sull’ipotesi di revenue future legate a non ancora testati modelli business, qui si tratta di un fenomeno in atto e tendente a crescere. La storia del Media che aveva preceduto il web, ovvero la Televisione, tende a confermare, nelle caratteristiche (i fruitori passivi sono la larga maggioranza di quelli attivi), tale fenomeno ripetendosi oggi, di fatto, il processo che appunto ha visto la tv erodere pubblicità alla carta stampata.

L’utente web rimane fondamentalmente un fruitore, come indicato dalle statistiche sulla sua “partecipazione”, ma meno passivo e sopratutto aumenta la scelta di contenuti. Questa caratteristica e la possibilità di studiare meglio i comportamenti dei consumatori, attraverso l’analisi sul web, lascia immaginare una crescita costante degli investimenti.

Piuttosto sembrano altri gli interrogativi riguardanti la futura crescita del web e, secondo me, sono attinenti alla “credibilità” dell’informazione sul web.

L’esplosione del web 2.0 si basa su un concetto egalitario, in cui la mia opinione conta come quella di tutti gli altri netsurfer, e che in rete è possibile trovare informazione “libera” ed alternativa, certificata non dall’autorevolezza di una fonte ma dal “trust”degli utenti.

Io, singolo individuo, ritengo quindi che l’informazione che riesco a trovare è meno influenzata da pressioni di “poteri forti” di quella dei media ufficiali. Ma questo rimane vero fino a che il circuito è alternativo. Quando questo diventa il circuito principale, si affollano e si fanno notare populisti, demagoghi e, nel peggiore dei casi, truffatori.

Questo introduce rumore, che potrebbe spingere a perdere quella credibilità su cui si basa il sistema stesso. Può ciò far implodere il sistema?

Per il momento il fenomeno appare solido, fatto di componenti sociali, come quelle introdotte in precedenza, e tecnologiche, ovvero l’utilizzo di tecnologie e strumenti tecnologici per migliorare l’utilizzo del web con applicazioni più interattive.
Il fiorire di nuove possibilità da AJAX al pure streaming, ai motori semantici difficilmente potrà essere cancellato da una variazione di trend.

Allo stesso modo questo sembra rassicurarci sugli aspetti sociali, il web 2.0 infatti non altro è che due facce della stessa medaglia. Ovvero la ricerca più veloce delle migliori informazioni affrontata, da un lato, con un approccio tecnologico e dall’altro con meccanismi collaborativi che sfruttano la capacità intellettuale umana per superare i limiti tecnologici.

Forse è questo bilanciamento che ancora deve essere raggiunto, privilegiando tuttora il web 2.0 soprattutto gli aspetti relazionali rispetto a quelli tecnologici, con il risultato di produrre ormai una serie di iniziative clonate le une dalle altre.

Perché poca tecnologia? Forse perché gli utenti sono ancora poco preparati (manca “l’humus”) o più probabilmente perché la tecnologia costa e può costare moltissimo nel momento in cui si falliscono gli obiettivi iniziali. E’ ovvio anche che, come afferma Gianni Soreca nel suo contributo a questo blog, tra i due aspetti “sia quello sociale il predominante, visto che senza la socializzazione tra individui non esisterebbe neanche il Web 2.0

La premessa è stata lunga ma ora si può arrivare al nocciolo della questione... c’è nel mondo web una rivoluzione, o meglio si sta completando una rivoluzione, e nel mondo del Finance sembra non ancora completamente cominciata.

E’ logico attendersi da parte di soggetti che hanno molto corso (e investito) negli ultimi anni un momento di riflusso, appagati da una crescita importante negli ultimi anni. Lo scenario di Sim e Broker era molto diverso 10 anni fa.

Eppure proprio le comunità di clienti delle banche presentano caratteristiche adatte allo sviluppo di queste tematiche: condivisione di obiettivi, necessità di continuo affinamento delle expertises, predisposizione alla discussione e all’innovazione, utilizzo spinto del web

Pesa certamente il controllo (aggiungo.. il “necessario” controllo) istituzionale, che contraddice lo spirito rivoluzionario del web 2.0 , quello che spinge l’informazione dal basso, però forse qualcosa in più è lecito aspettarselo.

I mercati sarebbero più stabili con un maggiore sharing delle informazioni? E’ difficile darsi una risposta.

I trader potrebbero affrontare meglio le situazioni turbolente se invece di valutare solo gli effetti (le variazioni dei prezzi) potessero scambiare collaborativamente in real time delle opinioni? O al contrario il mezzo tecnologico potrebbe essere cassa di risonanza per rumors generati ad hoc, come afferma qualche autorevole leader del settore?

Io propendo per la prima ipotesi, anche perché il networking è un dato di fatto che non lo si può ignorare. Inoltre la conoscenza esplicita è sempre il modo miglior per produrre difese endogene appropriate in caso di attacchi e quindi i meccanismi collaborativi diminuirebbero la capacità manipolativa di pochi soggetti. Anzi, quanto detto sulla bassa percentuale di contributori, rafforza il concetto, la conoscenza e capacità di analisi di (relativamente) pochi può aiutare molti.

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