Wednesday, September 10, 2008

Le croniche difficoltà della Ricerca in Italia e l'opportunità dei Programmi Europei (terza parte)

Le riflessioni precedenti sulla competizione tra aziende che fanno innovazione, i professionisti della progettazione europea e le istituzioni di ricerca suggeriscono qualche ulteriore considerazione sui sistemi di valutazione adottati. I programmi europei sono nati con il duplice intento di favorire da un lato la ricerca e l’innovazione dall’altro l’integrazione tra aziende di paesi differenti.

L’obiettivo, in se condivisibile al 100%, viene perseguito richiedendo che ai consorzi partecipino aziende e/o istituzioni provenienti da paesi differenti. Il risultato è che mediamente vengono premiate proposte (a seconda delle tipologie di progetto) con un numero “adeguato” di partner di differenti paesi. Per gli Strep (progetti di media importanza), per esempio, la media dei partecipanti è tra i 6-8 partner, per una durata media superiore ai 2 anni.

Questo requisito, ripeto in se condivisibile, si traduce spesso però nella partecipazione di alcuni partner poco “committed”, interessati sopratutto alla referenza e a rendere continuativa la presenza all’interno di programmi europei. La stessa durata media dei progetti poi non tiene adeguatamente in conto dell’evoluzione del mercato IT negli ultimi anni, che hanno introdotto un’accelerazione nell’obsolescenza di molte tecnologie, ma anche di molte impostazioni progettuali. Proviamo a fare un esempio.

Un progetto di 36 mesi su un servizio web, un po’ ambizioso, che termina in questi mesi, dovrebbe essere stato presentato ad una "call" nell’inizio del 2005, considerando che alcuni mesi vengono assorbiti dalla valutazione, dalla procedura di negoziazione e dallo start up. Inoltre la preparazione di una tale proposta richiede qualche mese, sia per la stesura che per la costruzione del consorzio. Questo ci porta al fatto che l’idea dovrebbe essere nata nel corso del 2004, prima dell’esplosione del fenomeno del social networking, quindi chi l’avesse partorita o avrebbe dovuto essere estremamente lungimirante e creativo o si troverebbe oggi con un progetto nato vecchio.

Naturalmente non per i tutti settori valgono le medesime valutazioni ma è ovvio che una banca, che ci chiedesse oggi un servizio innovativo nel campo del trading on line, non si aspetterebbe di andare in produzione tra un anno. Per quanto complesso il progetto se ne aspetterebbe la realizzazione in 6-8 mesi. L’unica soluzione per consentirle di arrivare sul mercato con un prodotto adeguato ai tempi.

A mio modesto avviso quindi occorrerebbe , nel campo dello sviluppo software, prediligere progetti di durata tra i 12 ed i 18 mesi, con un numero di partner mediamente intorno ai 4, perché se prendiamo in considerazione un progetto di sviluppo con 8 partner, o tale partecipazione è realmente giustificata da una necessità progettuale, o produce solamente un overload di management. L’impatto a livello europeo non si misura in quante lingue si parlano nel gruppo di progetto, ma come “dopo” i risultati della ricerca vengono trasferiti quanto più a livello europeo.

Un risultato, comunque, che nei casi peggiori va a discapito della qualità, perché alcune parti vengono alla fine realizzate da partner poco competenti, o solo poco interessati, mentre nei casi migliori si traduce in una inutile dispersione di risorse economiche. Forse più che inseguire un falso mito di integrazione tout court, potrebbe essere più utile favorire relazioni forti punto a punto. Ma ripeto, questa è solo la mia personale opinione.


Prima parte: introduzione
Seconda parte: poche risorse per le aziende
Terza parte: i criteri di composizione dei consorzi europei
Quarta parte: monitoraggio ex-post dei progetti

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