Tuesday, November 6, 2007

Il "capitale umano" e la qualità come fattori di crescita (prima parte): la visione "antagonista" di dipendenti e manager

La qualità di ciò che produciamo è uno dei fattori competitivi per eccellenza e tale qualità è funzione (in particolare nel settore della tecnologia IT) delle competenze professionali di quanti lavorano all’interno di una azienda.

La difesa quindi del capitale umano è difesa della propria capacità di produrre software di qualità e sostenere la sfida dell’innovazione, ma il continuo crescere del gap competitivo con gli atri paesi sembra indicare che questa strada in Italia sia scarsamente seguita.

Da un paio d’anni uno dei protagonisti del settore lavorativo in cui opero, ovvero l’AD di Unicredito Profumo, è l’animatore di una iniziativa tesa a promuovere le “qualità italiane”, proprio come fattore competitivo per fronteggiare la concorrenza commerciale dei paesi dell’Asia, basata sui bassi costi di produzione. >

L’associazione Symbola, che si autoproclama, la “Lobby delle Qualità Italiane”, nasce dalla inconsueta sinergia tra uno dei banchieri di maggior prestigio internazionale ed Ermete Realacci, che nel suo libro “Soft Economy”, teorizza appunto la Cultura della Qualità.

Mi piacerebbe che iniziative del genere riuscissero a produrre un cambiamento radicale nella cultura delle aziende e dei loro manager, andando oltre il semplice concetto di “Lobby”, che invece sembra essere quello più facilmente recepito dalle aziende stesse.

Ho il timore invece che le aziende italiane non perseguano ( o per lo meno non adeguatamente - e lo dimostrano i numeri - ) una politica di stimolo nei confronti dei propri dipendenti circa l’apprendimento e l’innovazione. Viene spesso ritenuto costoso investire nel personale, sia dal punto di vista economico ma forse ancor più sotto il profilo organizzativo e mentale.

Una inchiesta di questa estate su Miojob (Repubblica) dice che più della metà dei dipendenti si lamenta dei propri manager, il dato sembra comunque molto alto, seppure scremato del comprensibile malumore generato dalle conflittuali reciproche competenze.

Il risultato di questa inchiesta è stato rapidamente liquidato come inattendibile nella risposta del Presidente CIDA (associazione di dirigenti) Giorgio Corradini, che ne contesta, con molta forza, la validità (“vorrei far notare che un campione di duemila dipendenti non può assolutamente essere associato alla metà dei lavoratori italiani”) portando a testimonianza i risultati delle aziende italiane (“Il mercato - e non i dipendenti - è il vero giudice dell’operato della dirigenza. Ed il giudizio del mercato, non solo è positivo, ma promuove a pieni voti la managerialità italiana.”)

Mhmm.. capisco la difesa della categoria, ma contestare che un campione statistico non possa essere rappresentativo equivale dire che ogni studio di questo genere non serve a nulla... non so come sia stato selezionato il campione e la sua effettiva validità, però le scrivanie dei manager sono pieni di studi statistici e proiezioni ricavate proprio da campioni di questo genere... questi studi sono spesso acquistati da prestigiose e costose società di analisi...

Se poi misuriamo il “giudizio del mercato” e osserviamo i dati relativi al settore IT... beh l’Italia cresce dell’ 1,6% e l’Europa del 3,9%, con aumento costante del gap tra la crescita del nostro Paese e quella del resto d’Europa. E per non abbatterci troppo meglio non guardare i dati di Cina e India. Ma neppure quelli della Spagna...

Questa reazione sembra proprio una chiara spia del rapporto manager/dipendenti..

Sull’altra sponda invece la percezione di “smanetta” è spesso quella che chi comanda non sa bene di cosa parla, in un blog che mi ha segnalato un collega, leggo una definizione di una categoria di informatico molto particolare “La terza categoria degli informatici ha per me qualcosa di magico. In genere la si trova nei piani alti della scala gerarchica. Di informatica hanno uno spruzzo, come le torte con su lo zucchero a velo, però sono degli abilissimi comunicatori e dei perfetti creatori di presentazioni ad effetti speciali creati ad arte con Power Point”. Tutto il post è grazioso e traccia uno spaccato del conflitto dipendente/utente/manager visto dai primi.

Ovviamente le generalizzazioni sono pericolose ma indicano anche dei trend che risulta pericoloso ignorare

[segue nel prossimo post]

Friday, November 2, 2007

La battaglia contro la pena di morte approda all'ONU

La battaglia contro la pena di morte approda al Palazzo di Vetro. Questo commento non ha nulla di tecnologico ne di web 2.0., ma proprio due giorni fa avevo parlato del web come mezzo per creare aggregazioni spontanee che favoriscono la crescita di movimenti di opinione a favore, o contro, alcune battaglie sociali. In quel post mi rallegravo che una delle battaglie fosse a favore della battaglia contro la pena di morte, un problema che colpisce molto la mia sensibilità.

Quindi quando oggi ho letto la notizia delle presentazione della proposta di risoluzione all'ONU mi sono sentito particolarmente felice. E' poco più che una battaglia simbolica, occorre "motivare" almeno alttri 25 paesi e non sarà certamente impegnativa per nessuno, ma come dice Coelho "è proprio la possibilità si realizzare un sogno che rende la vita interessante". Inoltre è una delle poche volte in cui possiamo sentirci soddisfatti della attività della nostra classe politica.

Wednesday, October 31, 2007

Social Network "istantanei", non solo tecnologia. Battaglia sulla pena di morte (parte 2)

continua dal precedente post

La storia della mail su Obama “mussulmano” dimostra che si corre il rischio di veder “inquinata” la reputation delle informazioni presenti in Rete, dove la reputation è proprio il valore su cui si basa la forza di questa nuova fase del web. Ecco perché, secondo me, occorre fare una accurata riflessione prima di forwardare le mail ricevute, perché esiste il rischio di essere considerati alla stessa stregua di un generatore di spam, impedendo poi di affrontare la questione nel concreto.

Si discute molto sulla nascita dei nuovi “opinion makers” indipendenti, quelli dei blog, per intenderci. La rete dei contatti che si guadagnano con la loro attività diventa un valore importante per chi fa comunicazione e pubblicità. Prendiamo, per esempio il recente caso della Levi-Prodi.

Così come era stata concepita era effettivamente punitiva solo per i service provider che ospitano i blog. Per un governo come questo, in grosso deficit di credibilità, è stato un suicidio... colpire gli utenti del web proprio con leggi su uno dei fenomeni partecipativi più in crescita, ed in più con un danno così grave arrecato a chi custodisce milioni di identità di utenti della rete... è stato un gioco sollevare una rivoluzione....

Spiace osservare lo scarso rilievo che hanno dato i giornali tradizionali..

Tornando finalmente al tema principale, e che una volta tanto non è tecnologia.... , una delle battaglie che mi stanno personalmente a cuore è quello della pena di morte.

L’Italia sta promuovendo nel mondo una battaglia a favore dell’abolizione della pena di morte, nel panorama francamente un po’ disarmante della politica italiana è, sempre a mio giudizio, un piccolo angolo di luce.

Non voglio indagare sulle motivazioni che spingono alcuni dei nostri politici a promuovere questa battaglia civile, perché, se anche scoprissi che è solo un’iniziativa per sostenere un’immagine della politica molto appannata, la sosterrei.

In questo caso, qualunque mezzo (moralmente accettabile!!!) è giustificato per raggiungere un obiettivo cosi importante.

Purtroppo questa iniziativa smaschera una ulteriore ipocrisia e cioè che il tema, in realtà, non interessa. I giornali ne parlano poco e solo sul web c’è un dibattito interessante, ma sappiamo che gli utenti del web sono solo una fetta, seppur significativa, degli italiani.

Possibile che in Italia, dove si scende in campo, con battaglie campali, per la vita nascosta in alcune cellule, non si ritenga importante impedire la morte per mano di uno stato? Ovvero per mano nostra?
Quello che stupisce di più è, inoltre, che questa battaglia non susciti indignazione sufficiente per schierarsi, soprattutto nel caso di nazioni ritenute a noi vicine.

La battaglia contro la pena di morte può essere vissuta infatti come “accessoria” nei casi di nazioni in cui le libertà civili sono generalmente calpestate, paesi in cui può anche succedere di scomparire ucciso per strada. Abbiamo tutti assistito alle immagini provenienti dalla Birmania, ma situazioni simili ci sono in mille angoli del mondo, dal Darfur all’Iraq.

Esistono però paesi in cui si afferma una concezione della vita cosi simile alla nostra, tanto da farci sembrare impossibile che possa esistere la pena di morte, come negli Stati Uniti. Una grande nazione che ci ha restituito la libertà nel 45, nella quale esiste un rispetto della cosa pubblica che purtroppo la nostra società civile molto spesso neppure conosce, ma nella quale vige ancora la morte di stato.

Comprendo che il tema sia delicato e che in ognuno di noi (me compreso) nasce talvolta un desiderio di vendetta in presenza di episodi di efferata violenza, ma credo che l’essenza di un Nazione civile (intesa come Popolo) sia proprio quella di difendere i propri principi nelle situazioni difficili.

Cina, Iran, Birmania e (purtroppo!) tanti altri paesi sono luoghi in cui purtroppo c’è troppa distanza con il nostro concetto di rispetto dei diritti umani (ciò non significa naturalmente che non si debba urlare con forza), ma quei paesi che, invece, sono vicini al nostro modo di essere e di vivere meritano l’impegno profuso a superare atrocità come la pena di morte, eredità spesso di un passato che andrebbe ormai sepolto.

In questi paesi, credo, la distanza tra l’utopia e la realtà è minore, ed i risultati positivi possibili, come dimostrano le recenti notizie.

Purtroppo sembra che anche a noi manchi la forza (la voglia) di combattere.... meglio guardare tronisti e veline....

I Social Network "istantanei", la battaglia civile contro la pena di morte, la competizione politica e le bugie di Obama (parte 1)

La spunto definitivo per questo post me lo ha dato oggi la lettura su Repubblica di un paio di articoli, uno sulla pena di morte ed uno su Barak Obama. In realtà lo stavo già scrivendo da un po’, ma la contemporanea uscita di questi due articoli, proprio su due temi affrontati, mi ha convinto ad accelerare.

La prima notizia è lo stop all’esecuzione di un condannato, stop che evidenzia una sorta di moratoria in vigore de facto dal 25 settembre (eh si.. lo so... non da 10 anni.... ma accontentiamoci). Un episodio analogo, qualche tempo fa, determinato anche da una forte campagna sul web, mi aveva fatto pensare di scrivere qualcosa sull’uso veramente “sociale” del web.

Una delle situazioni ricorrenti in cui si ritrovano gli abitanti del web è di ricevere, oltre alle ahimè endemiche catene porta fortuna/sfortuna, appelli a favore di qualche campagna o richieste d’aiuto.

La forma di comunicazione è quella di un albero che si allarga con altri rami, e da ognuno di essi partono sempre nuovi rami. Una formula inventata ben prima del web e basata sul concetto del mondo “piccolo”, (spero di dedicare un commento solo a questa teoria) ovvero che esistono pochi gradi di separazione tra ciascuno di noi ed il resto del mondo. Un network di network.

Io l’ho sperimentato (virtualmente!!) perché mio fratello aveva avuto una parte in un film di una regista esordiente ed ho scoperto che con un paio di passaggi (film o altre esperienze) avrei potuto conoscere Julia Roberts... però sto ancora aspettando di uscire insieme a lei a cena...

Tralasciando le miei fantasie, questo meccanismo è servito anche a far ricchi pochi furbi (ricordate le finanziarie che garantivano interessi altissimi, le famose piramidi di carta?), ma oggi viene utilizzato, per fortuna, per scopi molto più interessanti. Si riescono infatti a veicolare appelli come quelli che hanno avuto effetti positivi per alcuni condannati a morte. Si forma di fatto un network sociale spontaneo, che si rompe un istante dopo che l’obiettivo è stato raggiunto.

Questo network ha geometria variabile, ma fino ad un certo punto perché, in realtà, tutti noi, quando riceviamo una di queste mail (e decidiamo di darvi seguito), facciamo una scelta nella nostra agenda di indirizzi email, evitando quelle persone che non apprezzerebbero. Il target di utenti cui sono indirizzate queste mail è quindi fortemente sensibile al tema trattato.

Questo garantisce una certa efficacia dell’iniziativa.

Come ogni cosa esistono aspetti positivi e negativi e, a mio parere, quelli positivi sono molti, perché si riesce a creare solidarietà intorno a temi e persone che i media ufficiali spesso ignorano, il vero spirito del web 2.0 e dell’informazione “democratica”.

Di contro purtroppo il successo di alcune di queste iniziative ha spinto persone ad inflazionare il sistema con messaggi di basso profilo o addirittura truffaldini, ma rimane ancora un’arma importante per trattare di quei temi che realmente stanno a cuore alle persone.

Di recente mi ha fatto sorridere il caso di una mail in cui si indicava il candidato americano Barak Obama come “mussulmano”. Ho sorriso perché evidentemente questo termine sta cominciando ad assumere una connotazione offensiva negli USA... o per lo meno presso una parte della sua opinione pubblica (beh anche qui da noi non ne siamo immuni... colpa anche di qualche demagogica campagna politica o di qualche velenoso pamphlet di famosi giornalisti)

Ma non preoccupatevi... Obama ha smentito e affermato di essere un cattolico doc.

A questo punto però ecco la coincidenza della seconda notizia... la parte precedente era già scritta quando questa mattina leggo che proprio Obama mente sulla sua vita!!! La fonte è autorevole, il New York Times, e quindi ho divorato l’articolo. Le bugie non riguardano le sue convinzioni religiose ma qualche tratto un po’ romanzato della sua vita, in particolare sul fatto di avere avuto un ottimo posto di lavoro al primo impiego con tanto di segretaria.

Qui subentra un altro strumento del web a smentirlo.. si legge su Repubblica: “risponde dal proprio blog, Analyzethis.net, un analista finanziario che lavorava con lui, nella scrivania accanto e ricorda una storia molto diversa.

"Non aveva nessun ufficio e nessuna segretaria", "era pagato malissimo come tutti noi" e il lavoro consisteva nel "tagliare e incollare rapporti economici fatti da altri per presentarli in una cartellina ai superiori". Un umile redattore da newsletter, che pare si tenesse anche alla larga dagli altri afroamericani in quell'ufficio, padre e figlio che lavoravano nell'ufficio posta, l'ultimo gradino”.

il secondo effetto di questi articoli letti è che hanno dilatato a dismisura il mio post... e non ho ancora finito... concluderò più tardi in un secondo post...scusatemi!!

Tuesday, October 30, 2007

Sondaggio: le aziende italiane che fanno innovazione. Miki Fossati ci parla del motore di ricerca semantico





Questa di oggi è la mia prima segnalazione nell'ambito del mini sondaggio che sto facendo sulle aziende italiane che innovano. Quella di oggi è una conversazione con Miki Fossati, CEO di "Nel Web" (http://www.improntenelweb.it). Miki è uno dei più antichi abitanti della blogosfera e si occupa di edizioni online (ultima produzione in ordine di tempo è 'Archphoto rivista digitale di architettura arti visive e culture' – http://www.archphoto.it). Insieme ad Andrea Baresi (http://www.webdomus.it/tao) ho sviluppato il primo aggregatore semantico sperimentale in Italia. Il suo blog è http://mezzomondo.nelblog.it


Una delle componenti principali del web 2.0 è la ricerca semantica. Tu sei uno dei primi ad avere realizzato un motore di ricerca semantico in Italia, quali risultati ed in quali contesti può essere più utile di un motore generalista come Google?

In effetti i motori semantici ed i motori di ricerca della generazione di Google fanno due lavori molto diversi tra loro. Tipicamente il valore semantico delle singole chiavi di ricerca che vengono utilizzate nei motori di ricerca è molto piccolo se non addirittura nullo e spesso è un lavoraccio riuscire ad estrarre il 'significato' da così pochi termini potenzialmente ambigui. Vien da dire che è impossibile, addirittura. I motori semantici operano sulla stessa materia prima, il testo, ma senza frammentarla cercando di riconoscere al suo interno alcuni pattern che possano far dire loro “ci siamo!”, “eccolo!”, “si sta parlando di questo!”. Una volta delineati gli argomenti di interesse un motore semantico è in grado di scandagliare la Rete alla ricerca di chi parla di quegli specifici argomenti e di esprimere valutazioni di “affinità” di quanto via via viene trovato. Chissà, le prossime generazioni dei motori di ricerca saranno forse in grado di fare entrambe le cose, cercare singole chiavi ed evidenziare aree comuni di significato all'interno di insiemi di testi.


Senza naturalmente svelare i tuoi segreti industriali, puoi brevemente spiegare, a scopo didattico, su quali concetti e tecnologie si basa un motore semantico?

Un motore semantico è un robot che ha imparato a leggere e a capire il significato del testo che sta leggendo. Essendo un robot è molto veloce ed è in grado di leggere decine di migliaia di testi al secondo, è in grado di incasellare nelle aree semantiche a cui è stato addestrato questi testi ed è in grado di creare relazioni di “affinità”, come dicevo, tra i vari testi. La difficoltà sta nel fatto che gli strumenti che si utilizzano per raggiungere questo scopo sono multidisciplinari: teoria dei modelli, informatica, linguistica computazionale, intelligenza artificiale.


E le tue esperienze pratiche di utilizzo del motore?

Il motore ha circa un anno e mezzo di vita ed è stato utilizzato con buoni risultati durante i mondiali di calcio dell'anno scorso (http://www.moltomondiale.it) e durante il festival di Sanremo di quest'anno (http://www.improntenelweb.it/sanremo2007), due versioni oggi “congelate”. La sua incarnazione attuale si può ammirare su http://www.moltomoda.it un aggregatore semantico sulla moda italiana pubblicato grazie alla collaborazione di Mondadori.


Gartner, in un suo recente studio, ha detto che le aspettative di maturazione delle tecnologie, relative ad i motori semantici, sono attesi in un arco temporale di 10 anni... prudenza eccessiva o realtà?

Non sono mai stato bravo con le profezie e non ho la minima idea di come possa essere la Rete ed il suo mercato fra dieci anni. Di certo i motori semantici rappresentano una frontiera che prima o poi bisognerà varcare. La mia esperienza dice che la tecnologia è più che pronta per affrontare la sfida ed il problema risiede soprattutto nella disponibilità degli investimenti. Non è escluso che qualcuno dei grandi attori di Internet si sia già mosso in questa direzione, Google in testa.


Sempre la medesima analisi di Gartner indica il web 2.0 nella cosiddetta fase di riflusso prima della definitiva maturazione. In parte concordo, visto la generale assenza, negli ultimi tempi, di novità tecnologiche, però da un punto di vista del successo di pubblico, mi sembra siamo ancora nella fase dell’entusiasmo, tu cosa ne pensi?

Che l'Italia vede la Rete da un minuscolo spiraglio, resta da capire se questo spiraglio si trova nella testa delle persone o dove altro. Il problema della partecipazione è fondamentale nel nostro paese. Quello che gli analisti leggono come “successo” è in realtà lo specchio di una situazione miserabile, generare un traffico di un milione di visitatori al giorno dovrebbe farci domandare: “quanto diffusa è questa informazione?”. Poco. In Francia quello che succede sulla Rete lo sanno tutti, in Italia non lo sa nessuno, ministri compresi.


Qual’è secondo te lo stato del mercato, l’offerta c’è.. ma la domanda è già in uno stato di maturità?

Lo stato della domanda è desolante. I VC italiani con i quali sono entrato in contatto nell'ultimo anno si sono dimostrati di un'ignoranza e di un'incompetenza sconfortante, senza eccezioni. Lo stato del mercato? in Italia il mercato lo devono ancora costruire, in Italia il mercato non esiste proprio. Novità sulla Rete che si possano definire “di mercato” nell'ultimo anno non ce ne sono state e temo che dovremo attendere la morte, fisica, di molti dei manager delle grandi aziende per poter avere quel ricambio generazionale e di mentalità che tutti stiamo aspettando.


Beh.. basta una buona pensione... tornando al tema, chi fa vera ricerca in Italia?? Qui, dove l’informazione è libera e non abbiamo problemi di budget, possiamo dire che ci sono tante realtà, come Impronte nel Web, che fanno vera innovazione?

L'innovazione proviene da NelWeb al prezzo di rinunce ed enormi sacrifici personali e questa situazione è condivisa da alcune delle realtà di livello con cui sono entrato in contatto grazie all'esperienza dell'aggregatore semantico. L'unico ossigeno in questo panorama proviene dalla “superiore attività civilizzatrice dell’Unione Europea” della quale ogni tanto è possibile approfittare ma nella quale però non è sempre possibile sperare. In Italia vedo nascere ogni giorno progetti interessanti e di ottima qualità, appetibili anche a livello internazionale, e li vedo restar lì ad attendere languidi nel deserto.

Monday, October 29, 2007

Sondaggio: le aziende italiane che innovano. Inviatemi le vostre segnalazioni

Una recente inchiesta di ZeroUno si è occupata dell’innovazione in Italia. L’obiettivo era anche quello di dare la parola alle aziende che fanno innovazione in Italia. Vengono infatti citate alcune aziende, ma il giornale ammette, con onestà, che l’elenco non è completo, anche a causa della mancata collaborazione di qualche azienda invitata a partecipare.

Vorrei allora provare a raccogliere ulteriori informazioni, con l’aiuto di tutti, sulle aziende italiane, piccole e grandi (ovviamente soprattutto le più piccole ... le grandi si fanno già conoscere da sole) che fanno innovazione.

Mi auguro che chi si imbatterà in questo post abbia voglia e tempo di segnalarmi aziende che conosce (nome, breve descrizione delle attività e o commenti anche via mail blog@www.carlobruno.net ), particolarmente vivaci sotto il profilo dell’innovazione in Italia e che possibilmente esportino la loro tecnologia all’estero.

Già il concetto di “innovazione” potrebbe generare lunghissime discussioni. Personalmente credo che sia innovativa una azienda che ha un business model innovativo, oppure che fa tecnologia di frontiera (in termini applicativi o di performance) ma che è anche capace di vendere questa tecnologia e soprattutto di venderla all’estero.

Non è innovazione quella che poi non entra sul mercato.

Credo che nell’elenco presentato da ZeroUno come delle “Belle Italiane” ci sia qualche azienda non particolarmente innovativa, almeno rispetto al mio “personale” concetto di azienda innovativa.

Non me ne vogliano i bravissimi giornalisti di ZeroUno, anzi spero che considerino questo post una discussione in puro stile web 2.0... (lo so... un pò abusato come termine.. ma è solo per farsi capire... oggi tutto è 2.0.. banking 2.0 ecc.).

Se non avrò raccolto adeguate informazioni mi dedicherò a pubblicare un po’ di ricette di cucina...
Tornando all’articolo di ZeroUno è inutile dire che i risultati dell’inchiesta sono piuttosto sconfortanti... d’altra parte basta leggere ogni anno il rapporti Assintel / Assinform per ricevere conferma periodica di come il Sistema Italia nelle Tecnologie sia tremendamente in difficoltà.

I pallidi segnali di miglioramento (la crescita del comparto in aumento negli ultimi tre anni) sono immediatamente ridimensionati dal paragone con le medie europee, l’Italia cresce dell’ 1,6% e l’Europa del 3,9%, con aumento costante del gap tra la crescita del nostro paese e quella del resto d’Europa.

In definitiva cresce tutto il sistema, e quindi l’Italia con esso, ma le nostre percentuali sono sempre più lontane dalla crescita complessiva. Il confronto poi diventa impietoso con i paesi emergenti (Cina ed India in primis) ma anche con quelli a maggior crescita in Europa come la Spagna. Proprio la Spagna e l’Irlanda (ancor prima!!!) sono la dimostrazione però che le posizioni non sono immutabili e che esiste un “mondo diverso”.

Il sistema politico ha le sue responsabilità, ma è singolare che mentre tutti celebrano il libero mercato poi le colpe finiscano per essere addebitate allo stato.

Il sistema produttivo in Italia del comparto IT è fatto in larga parte da System Integrator che operano su grandi commesse, dalle banche e dal pubblico e parte dalla grande industria. Chiaramente il business model di queste aziende difficilmente è compatibile con accelerazioni in avanti sul tema dell’innovazione ed è anche vero che difficilmente si reperiscono capitali in Italia per nuove iniziative. Stupisce però un po' l'immobilismo anche nello sfruttare le poche occasioni che si presentano.

D’altra parte i System integrator reagiscono soprattutto “on demand”, sulle esigenze del Cliente e quindi non è facile proporre innovazione. Nell’articolo, Filippo Rizzante di Reply giustamente ricorda che “i Cio delle maggiori imprese dovrebbero cominciare ad essere innovativi e correre qualche rischio”.

Vero. Sia per chi consuma tecnologia e sia per chi la propone.

E non basta citare la partecipazioni a progetti internazionali finanziati dalla Comunità Europea. Conosco il problema, avendo partecipato alla stesura di diversi progetti e coordinatore di un consorzio internazionale. L’opportunità offerta (e non sempre colta) dagli incentivi europei all’innovazione merita un post dedicato che ho intenzione di pubblicare tra poco.

La fase poi maggiormente critica è la commercializzazione. I buoni prodotti realizzati richiedono una progettazione di questa fase, attività che non mi sembra essere nel Dna ne di istituzioni di ricerca ne di System integrator... per vendere un prodotto sul mercato internazionale occorre una società focalizzata su questo tipo di business.

Difficile ma non impossibile. Una delle storie che vi racconterò nei prossimi giorni è proprio quella di questo tipo di aziende.

Il mio campo di osservazione è ristretto e quindi vi potrò evidenziare solo le aziende con cui sono entrato (direttamente o meno) in contatto. Lavoro da anni nel campo della Finanza, forse l’unico segmento all’interno del bancario, in cui è imperativo il real time. Questo impone necessariamente una competition in termini di performance e robustezza avanzatissime rispetto alle consuete applicazioni gestionali della banca.

Le aziende specializzate del comparto sono quindi costrette all’innovazione continua e alcune aziende italiane sanno farsi rispettare anche all’estero, come per esempio List Group che ha diverse sedi in Francia,Inghilterra, Spagna ed Usa.

In altri comparti aziende come Expert systems lavorano su nuove tecnologie, ma anche le aziende che si confrontano con il problema delle sicurezza e sono costrette all’innovazione, non solo dai competitors, ma dagli stessi individui che rendono “necessaria” l’esistenza di queste aziende.

Le aziende citate sono già grandi da essere conosciute da sole e quindi nei prossimi giorni vi parlerò di NelWeb e del suo motore semantico e sempre nei prossimi giorni spero di avere nuove aziende di cui parlarvi.

Friday, October 26, 2007

Il passo indietro di Levi e "l'insostenibile leggerezza" della proposta

Dopo la grande esplosione c’è finalmente un passo indietro. Lo stesso Levi chiarisce che non c’è intenzione di coinvolgere i blog nella legge sull’editoria. Bene!

Ma...

Ma la situazione non è chiara.... il testo rimane fumoso e suscettibile di interpretazioni varie, quindi meglio non abbassare la guardia.

Mi rimane qualche pensiero nella testa però... perché tutta questa confusione..?

In una discussione su AsmallWorld qualcuno ha scritto che si tratta di una tempesta in un bicchier d’acqua, e da un po’ del rimbambito a tutti quelli che si sono riscaldati, in fondo si tratta, secondo lui, di normale scrittura e riscrittura che una legge subisce durante il suo iter...

Mi sembra un po’ semplicistica come osservazione...

Il testo è cosi volontariamente ambiguo che è difficile liquidarlo con una affermazione così. Come ho scritto in un precedente post, non c’è molto da preoccuparsi, la norma non sembra applicabile nella realtà, però da qui a considerarlo una specie di refuso in un testo ce ne corre.

Delle due l’una... o è effettivamente una leggerezza generata da chi non conosce questo mondo... e allora ahimè sono preoccupato... (come faranno questi signori a capire il bisogno di innovazione del Paese e sopratutto come faranno a sostenerlo??)

Oppure era veramente un desiderio di controllare almeno un po’ il fenomeno... e allora l’autogol è clamoroso.... ha idea il signor Levi quanti voti ha tolto alla sua parte politica? Quasi quanti l’infinita querelle Mastella-Di Pietro...

Anche se le conseguenze non sarebbero certo state “la morte della rete”, come enfatizzato da alcuni, è stato come mettere la benzina sul fuoco, dare a tutti quelli che vogliono attaccare questo governo o la politica in generale (oggi si chiama antipolitica..??) tonnellate di argomenti su cui discutere.

In entrambi i casi una leggerezza che francamente preoccupa...

Inoltre la norma, così come era nella prima versione, penalizzava più di tutti i service provider che ospitano blog in Italia... queste aziende hanno sui loro server database sterminati di utenti ed indirizzi email di persone sensibili al tema... è bastato poco per accendere la miccia...

I signori Tafazzi che hanno lasciato che ciò accadesse avrebbero dovuto fare un pò più attenzione, ma d’altra parte i nostri politici non sono forse i più adatti a capire la grande novità della Rete, su Times on line (ci sguazzano a parlare dell’Italia... ) si legge:

“Italy is a strange country. Put simply, it is a nation of octogenarian lawmakers elected by 70-year-old pensioners. Everyone else is inconsequential. Romano Prodi, the Prime Minister, is a spry 68, knocking off 71-year-old Silvio Berlusconi in last year’s election. President Giorgio Napolitano, 82, has six more years left on his term; his predecessor was 86 when he called it quits.... Recently, Italian lawmakers once again took aim at modern life, introducing an incredibly broad law that would effectively require all bloggers, and even users of social networks, to register with the state.” [leggi l'articolo...]